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Mondiali 2018, -1 giorno: Insalata Russia e la Coppa senza papà

Silvio Gazzaniga, creatore del Trofeo, non potrà vedere la sua 'bambina'

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Manca 1 giorno al Mondiale di Russia 2018. Ogni volta, sempre la stessa storia: “Che palle, la prossima coppa del mondo sarà tra quattro anni”. Eccoci, neanche il tempo dirlo. Meno di due mesi. Siccome è da quando collezionavo le figurine di Valderrama (nel senso solo quelle di Valderrama, perchè volevo vedere quel testone ovunque) che volevo esserne parte attiva, e stavolta ci sarò, giorno e notte per regalarvi il mese del più bello della nostra vita, ho pensato di rompervi le scatole in anticipo.

Su PremiumSportHD.it, una al giorno, storie mondiali, quelle più banali, più incredibili, quelli che andranno, che lo vedranno al ciringuito di Formentera, quelli che vorrei, quelli che vorrei ma non (c’è) posto, nei 23. 2018, caratteri a storia. Non uno di più.

La situazione inizia a farsi piuttosto seria. Fin qui abbiamo scherzato. Digerite l’ultima Insalata Russia, domani si corre. Nel frattempo la bambina ha perso il suo papà. Per la la prima volta Silvio Gazzaniga assisterà alla finale del mondiale da un anello troppo alto per vedere con i suoi occhi la sua "bambina" illuminare una notte moscovita di mezza estate. Il papà della coppa del mondo se n’è andato il 31 ottobre 2016, aveva 97 anni. 36, 8 cm d’altezza, 6 kg e 175 peso, oro 18 carati e un valore che "fa l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi , in tutti i laghi". Immenso. Non c’è aggettivo che possa descriverlo.

Il valore del trofeo mondiale è un’utopia come le possibilità di vincerla in carriera dal "calciatore, un uomo trasformato in gigante dalla vittoria, senza avere proprio nulla di super-umano". Parole e musica dello stesso Gazzaniga, l’unico terreno, non calciatore, che può farci uscire dal sentiero della retorica. Chi la alza ha il mondo tra le mani, ha le mani di una nazione che lo stringono, "quel mondo racchiuso dai due giocatori fusi insieme nella gioia della vittoria": non è maestosa e superba come la Champions League, è mistica ed elettrica, non è un rogo che brucia, è una candela che non si spegne mai. Non è tempesta, ma una marea che tutto assorbe.

"Tenere e baciare il trofeo mi ha scosso, è stato un bacio di mamma, un flashback della mia infanzia, come abbracciare un membro della mia famiglia" cerca di spiegare Ubaldo Fillol, portiere campione con l’Argentina nel 1978. Stesso ruolo, sensibilità differente per Sepp Maier quattro anni prima: "Andava bene anche una tazzina di caffè da sollevare", tedeschi cuore d’asfalto. Ecco, quella la potreste anche riempire di champagne, la meraviglia di Gazzaniga no. Non te le metti in testa, non la riempi di bollicine, non la infiocchetti, la rispetti e ne hai quasi timore. E’ semplicemente lo specchio del gol al campetto sotto casa con le porte fatte con gli zaini di scuola che riflette l’urlo di Tardelli al mundial ’82, la doppietta di Ronaldo a Yokohama, quella di Zidane sotto la Tour Eiffel, Iniesta al 116’, quella che volete, la prossima. Siamo noi.

Franco Piantanida